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Il soft power, J. Nye

4 maggio 2009

Articolo datato ma sempre molto interessante ed attuale secondo me…

02 gennaio 2006
Un paio di blue jeans contro Bin Laden
Se riusciremo a far sì che gli altri ammirino i nostri ideali e desiderino ciò che desideriamo noi, non dovremo più investire tanto in bastoni e carote per farli muovere nella nostra direzione

Che cos’è il soft power? È la capacità di ottenere ciò che si vuole tramite la propria attrattiva piuttosto che per coercizione o compensi in denaro. Nasce dal fascino della cultura, degli ideali e delle pratiche politiche di un Paese. Quando le nostre politiche appaiono legittime agli occhi degli altri, il soft power si rafforza, e da parecchio tempo l’America ne possiede molto. Basti pensare all’impatto che le quattro libertà di Franklin Roosevelt ebbero in Europa alla fine della Seconda guerra mondiale; ai giovani dietro la cortina di ferro che ascoltavano la musica americana e le notizie su Radio Free Europe; agli studenti cinesi che per simboleggiare la loro protesta in piazza Tien An Men crearono una copia della statua della libertà; agli afgani liberati nel 2001 che chiesero una copia della Carta dei diritti.

Quelli citati sono tutti esempi del soft power americano. Quando riusciamo a far sì che gli altri ammirino i nostri ideali e desiderino ciò che desideriamo noi, non dobbiamo più investire tanto in bastoni e carote per farli muovere nella nostra stessa direzione. La seduzione è sempre più efficace della coercizione, e valori come la democrazia, i diritti umani e le opportunità individuali sono estremamente affascinanti. Secondo il generale Wesley Clark, il soft power «ha conferito agli Usa un’influenza che va ben oltre il confine concreto della politica tradizionale dell’equilibrio dei poteri». Ma l’attrazione può trasformarsi in repulsione se agiamo in maniera arrogante distruggendo il vero messaggio dei nostri valori più profondi.

Gli Stati Uniti possono anche essere più potenti di qualsiasi altra nazione sin dai tempi dell’Impero romano ma, come Roma, non sono invincibili né invulnerabili. Roma non fu sopraffatta dall’ascesa di un altro impero, ma dall’assalto delle orde barbariche. I moderni terroristi high- tech sono i nuovi barbari. Mentre il mondo si spinge sempre più in là nella lotta al terrorismo, è sempre più evidente che molti fattori sono al di fuori del controllo americano. Gli Stati Uniti, da soli, non possono dare la caccia a ogni presunto leader di Al Qaeda nascosto in luoghi remoti del pianeta. Né possono dare il via a una guerra ogni volta che vogliono senza alienarsi l’appoggio di altri Paesi e perdere la collaborazione di cui hanno bisogno per raggiungere la pace.

Le quattro settimane di guerra in Iraq nella primavera del 2003 furono un’impressionante esibizione del potere militare americano, di hard power appunto, che riuscì a deporre un tiranno, ma non risolse la nostra vulnerabilità al terrorismo. E costò caro all’America anche in termini di soft power, ossia la capacità di attrarre gli altri al nostro fianco. Dopo la guerra, i sondaggi del Pew Research Center rivelarono un impressionante calo di popolarità degli Stati Uniti rispetto a un anno prima persino in Paesi come l’Italia e la Spagna, i cui governi avevano appoggiato la guerra in Iraq, e la reputazione degli Usa peggiorò nettamente nei Paesi islamici, dal Marocco alla Turchia fino al Sudest asiatico.

Tuttavia, gli Stati Uniti avranno bisogno dell’aiuto di questi Paesi nel lungo periodo per rintracciare i movimenti di terroristi, denaro sporco e armi pericolose. Secondo The Financial Times, «per conquistare la pace gli Stati Uniti dovranno dimostrare di saper esercitare il soft power come hanno già fatto con l’hard power per vincere la guerra». Sviluppai il concetto di «soft power» per la prima volta nel libro Bound to Lead (Basic Books) pubblicato nel 1990, che metteva in discussione l’idea allora prevalente che l’America fosse in declino. Sottolineai che gli Stati Uniti erano la nazione più forte non solo in termini di poteremilitare ed economico, ma anche in una terza dimensione, che chiamai appunto soft power.

Negli anni seguenti fui contento di vedere che il concetto era diventato di uso pubblico e veniva impiegato dal segretario di Stato americano, dal ministro degli Esteri britannico, da vari leader politici, prestigiosi giornalisti e professori universitari di tutto il mondo. Allo stesso tempo, tuttavia, alcuni lo hanno frainteso e utilizzato in maniera errata o superficiale, associandolo solo all’influenza della Coca-Cola, di Hollywood, dei blue jeans e del denaro. Ancor più frustrante è stato vedere alcuni policy makers ignorare l’importanza del nostro soft power e farne pagare il prezzo a tutti sperperandolo inutilmente.

Diversamente da quanto avvenne nella guerra del Golfo del 1991, quando Bush padre raccolse intorno a sé un’ampia coalizione, nel 2003 George W. Bush ha deciso di attaccare l’Iraq senza una seconda risoluzione dell’Onu e con il solo appoggio di una piccola coalizione di Paesi. In questo modo, si è liberato dai vincoli delle alleanze e istituzioni che opprimevano molti all’interno della sua amministrazione, ma ha anche suscitato dubbi sulla legittimità delle nostre azioni, nonché timori diffusi su come gli Stati Uniti avrebbero usato il loro potere predominante. Il netto calo di attrattiva degli Stati Uniti in tutto il mondo ha reso difficoltoso il compito di raccogliere il sostegno necessario per l’occupazione e la ricostruzione dell’Iraq. Raggiungere la pace è più difficile che vincere una guerra, e il soft power risulta essenziale.

Tuttavia, il modo in cui siamo andati in guerra in Iraq ha decretato una sconfitta tanto grave per il nostro soft power quanto è stata eclatante la vittoria del nostro hard power. Gli scettici del soft power dicono che non c’è da preoccuparsi. La popolarità è effimera e in nessun caso andrebbe considerata un fattore guida per la politica estera. Gli Stati Uniti possono agire senza il consenso del mondo. Siamo tanto forti da poter fare ciò che vogliamo. Siamol’unica superpotenza al mondo, e questo fatto non può che generare invidia e risentimento. Lo studioso Fouad Ajami ha recentemente affermato: «Gli Stati Uniti non devono preoccuparsi dei cuori e delle menti in terre straniere». Gli stranieri potranno anche brontolare, ma poi non hanno altra scelta che seguirci.

D’altronde gli Stati Uniti sono già stati impopolari in passato riuscendo poi a rifarsi. Non abbiamo bisogno di alleati e istituzioni permanenti. Possiamo sempre mettere insieme una «coalizione dei volonterosi» quando se ne presenta il bisogno. Donald Rumsfeld è solito dire che sono gli argomenti in gioco a determinare le coalizioni, e non viceversa. Sarebbe tuttavia un errore prendere così alla leggera il recente calo di attrattiva subito dagli Stati Uniti. È vero che già in passato il Paese ha recuperato il terreno perso a causa di politiche impopolari, ma ciò avveniva nel contesto della guerra fredda, in cui gli altri Paesi ancora temevano l’Unione Sovietica come il male peggiore. Inoltre, se da una parte le dimensioni degli Stati Uniti e il loro essere associati a una modernità dirompente sono aspetti reali e inevitabili, dall’altra è possibile smussare gli spigoli duri di questa realtà e ridurne le conseguenze negative perseguendo politiche giudiziose.

È quanto gli Stati Uniti fecero dopo la Seconda guerra mondiale. Usammo le nostre risorse di soft power cooptando gli altri in un insieme di alleanze e istituzioni che durano da 60 anni. Abbiamo vinto la guerra fredda contro l’Unione Sovietica con una strategia di contenimento che ha usufruito sia del soft power, sia dell’hard power americani. È vero che la nuova minaccia costituita dal terrorismo internazionale ha reso l’America più vulnerabile, e il suo unilateralismo all’indomani dell’11 settembre è in parte determinato dalla paura. Ma gli Stati Uniti non possono fronteggiare la nuovaminaccia inquadrata dalla strategia di sicurezza nazionale senza la cooperazione degli altri Paesi. Questi collaboreranno fino a un certo punto per mero interesse nazionale, ma fino a che punto collaborino dipende anche dall’attrattiva degli Stati Uniti.

Consideriamo ad esempio il Pakistan. Il presidente Pervez Musharraf porta avanti un gioco complesso in cui coopera con gli Usa nella guerra al terrorismo gestendo contemporaneamente un nutrito gruppo di stampo antiamericano all’interno del Paese. Finisce così per bilanciare concessioni e ritrattazioni. Se gli Stati Uniti esercitassero un fascino maggiore sulla popolazione pakistana, la bilancia penderebbe dalla parte delle concessioni. È un errore sminuire l’importanza del soft power come mera questione di immagine, pubbliche relazioni e popolarità passeggera. Si tratta piuttosto di una forma di potere: un mezzo per raggiungere i propri intenti. Se sminuiamo l’importanza della nostra attrattiva verso gli altri Paesi, abbiamo un prezzo da pagare.

Cosa più importante, se in un Paese gli Usa sono così impopolari che essere filoamericano equivale a una condanna a morte, difficilmente i leader politici faranno concessioni per aiutarci.

Copyright 2004 by Joseph S. Nye Published by arrangement with PUBLIC AFFAIRS a member of Perseus Books Inc. and Roberto Santachiara Literary Agency
Joseph S. Nye jr

Assistente del segretario della Difesa nella presidenza Clinton
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