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Think tank europei non crescono

24 maggio 2009

L’elaborazione culturale europea, quando presente, non riesce ad influenzare una strategia politica realmente sovranazionale. Questo dato ha una profonda ricaduta rispetto l’incapacità da parte della UE di delineare ed affrontare scenari.
La recente crisi economica ha imposto un ripensamento dei paradigmi dell’economia di mercato. L’Europa ha certamente vissuto con minore intensità questo passaggio, tuttavia anch’essa ha pagato, e continua a pagare, lo scotto dell’evoluzione del sistema da produttivo a semplicemente finanziario. In questo panorama l’elaborazione teoretica di quanto accaduto si è appiattita su una descrizione dei fatti, spesso banalmente condita dall’affermazione del ritorno dello Stato in tutte le sue forme.
Parallelamente, autori impolverati hanno rivisto la luce – talvolta confusa – della lettura. Smith, Keynes e soprattutto Marx; quest’ultimo divenendo addirittura il saggio più letto in una Germania che sembra aver perso la bussola. Tra qualche anno sapremo quanto, e se, le lezioni dei vecchi worldly philosophers di Heilbroner, ricordate recentemente da Paul Kennedy,  saranno state apprese e comprese.

Questo exploit culturale può aiutarci a riflettere sugli spazi in cui l’elaborazione culturale trova la propria traduzione politica, i think tank. Come è noto, questa forma di produzione teoretica ha la propria espressione più autorevole negli Stati Uniti. In un post del Charlemagne’s notebook pubblicato dall’Economist questo fenomeno è spiegato molto bene. Tre i punti di questo successo: finanziamenti, indipendenza, attenzione da parte della politica.

L’ultimo punto è degno d’analisi. Non che i rimanenti non lo siano, ma è su questo che dobbiamo concentrarci. Leggiamo: “America think-tanks also enjoy a big advantage over those in Europe, linked to the system of political appointments for so many posts in the American government”. Due parole chiave seguono questa osservazione: “parking” e “incubators”. Da un lato i think tank statunitensi fungono da oasi o pensionamento per gli alti funzionari della politica, dall’altro creano nuovi attori. Tutto ciò corrisponde ad un reale scambio non solo di idee ma di uomini, cioè di chi le idee, poi, le concretizza. L’equazione tra riflessione e pratica è così realmente compiuta.

L’Europa vive invece una disequazione di notevole rilevanza. In un post di risposta a quello già citato, Hugo Brady, membro del Centre for European Reform, mette in rilevo un dato di particolare importanza: “[think-tanks] tend to produce little or no original research. Most see their job as providing a learned academic forum where people can hear from politicians, officials and academics about what is going on in international affairs. They might produce the odd paper here and there but these are really summaries, not analyses”. L’aspetto culturale sovrasta la funzione politica, così che la produzione dei pensatoi europei diviene più un racconto della realtà che un tentativo di modificarla.

Autoironia...

Autoironia...

Questa affermazione è fondamentale, tuttavia non spiega ancora il limite dei think tank europei. Il limite, infatti, sta nell’aggettivo, non nel sostantivo. Se l’Europa non ha una propria visione strategica, è difficile immaginare un organo che la promuova e la indirizzi. Il migliore think tank possibile, a chi mai potrebbe riferirsi? Come abbiamo già mostrato attraverso le parole di Giuliano Amato, la politica europea soffre di un limite strutturale. Non è europea perché non lo sono i propri leader. Allo stesso modo i think tank europei, di fatto, si rivolgono al nulla. Abbiamo detto: quel che funziona negli Stati Uniti è lo scambio di uomini tra politica e riflessione culturale. In Europa questo scambio non è neppure ipotizzabile. Ammesso, ma non concesso, che esista una riflessione culturale europea, di certo esiste solo una politica nazionale. Lo scambio non funziona e non può essere “attraente” per studiosi o politici. Il migliore dei membri di qualunque think tank, laddove volesse influenzare le scelte di un qualunque decisore, sarebbe costretto a calarsi nei confini nazionali. Figurarsi nell’ipotesi in cui questo membro volesse a propria volta divenire un attore della politica europea. Il riferimento italiano è quanto mai esemplificativo, oggi più che mai: le candidature europee, anche e soprattutto se di qualità, si trovano costrette in una campagna elettorale che poco ha a che fare con l’Europa e che molto ricalca i soliti canovacci.

Da un lato, dunque, esistono think tank europei con scarsa capacità di influenzare le decisioni politiche; dall’altro sopravvivono think tank che, spesso fondati da personalità della politica, si trovano ad essere abbellimenti di queste personalità. Se applichiamo, poi, l’analisi di Amato, il gioco è fatto: politica nazionale = politici nazionali = think tank nazionali. Ciò non significa immediatamente una mancanza di qualità rispetto gli uomini che compongono questi serbatoi del pensiero. Ovviamente può anche essere, ma non è questo il punto. Quel che conta è la mancanza di possibilità della realizzazione di quello scambio reale tra riflessione teoretica e azione politica. Abituati a cantare le res gestae di questo o quel politico locale, la dimensione dell’azione – figuriamoci se europea – lascia aperto il campo alla sola descrizione della realtà; un’attività probabilmente di interesse culturale (quando fatta bene) ma del tutto inutile nel delineare scenari e nell’offrire mezzi per affrontarli. Quel che negli Stati Uniti funziona è la capacità di influenzare la politica, repubblicana o democratica che sia, elaborando diverse visioni del mondo alle quali, poi, la politica aderisce cercando di concretizzarle. In Europa questa visione è pura utopia.

Come se ciò non bastasse, i think tank nazionali, agendo da corte del politico di turno, neppure riescono ad elaborare una visione nazionale della propria azione. Se concorressero alla creazione di quell’interesse nazionale comunque da coltivare in ambito europeo, non offrirebbero di certo una strategia europea ma almeno indicherebbero strumenti per sfruttare l’Europa. Un risultato a casa, insomma, lo porterebbero, anche in termini di rete nazionale. Purtroppo anche questa è una visione utopica.

Tutto ciò ha una profonda ricaduta nell’ambito di qualunque strategia europea. O meglio; tutto ciò ha una ricaduta nell’ambito della non strategia europea. Privata di una riflessione culturale da un lato e, soprattutto, priva di una politica che possa davvero dirsi sovranazionale dall’altro, la UE si trova ad essere uno strano mostro rispetto il quale Chimerica appare come il più banale degli animali domestici. Abbiamo cominciato riferendoci alla crisi. Mostrata la diversità europea, ed affermato orgogliosamente il ritorno a Marx e alla funzione dello Stato, ogni nazione si è mossa da sé. E si salvi la nazione che può. L’Europa viene dopo.

(22/05/2009)
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One Comment leave one →
  1. pietrocostanzo permalink*
    24 maggio 2009 10:43

    Vorrei evidenziare quello che credo sia il rischio più grande di chi cerca di realizzare analisi geopolitiche: […] Most see their job as providing a learned academic forum where people can hear from politicians, officials and academics about what is going on in international affairs. They might produce the odd paper here and there but these are really summaries, not analyses […]

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