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Anche aspetti commerciali dietro le provocazioni nordcoreane

10 luglio 2009

Da: Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2009

La sfida del regime nordcoreano alla comunità internazionale potrebbe avere ragioni non solo politiche ma anche commerciali. Se cancellerie e analisti concordano nel ritenere la fitta serie di test missilistici delle ultime settimane un escamotage per alzare il prezzo al tavolo delle trattative con Washington e Seul per la rinuncia al programma nucleare e la stabilizzazione della Penisola coreana, è altrettanto evidente lo sforzo di Pyongyang di ottenere la massima cassa di risonanza per i test della vasta gamma di missili balistici testati nelle acque del Pacifico.

Un gigantesco spot promozionale amplificato dai media e dalle reazioni delle grandi potenze che costituisce un buon veicolo propagandistico per le armi nordcoreane.
Con un’economia da tempo incapace di sostentare persino la propria popolazione che sopravvive grazie agli aiuti umanitari internazionali, il regime comunista di Pyongyang continua a prolungare la sua esistenza grazie allo sviluppo e all’export di armi e tecnologie balistiche e nucleari

Se in Birmania e in molti conflitti africani eserciti e milizie si affrontano armati di kalashnikov, cannoni, e mine “made in North Korea” i maggiori profitti provengono dalla esportazione dei missili balistici Hwaesong (derivati dagli Scud) Nodong e Taepodong e tecnologia atomica e chimica per fini militari.
Un export decollato negli anni ’80 fornendo missili, tecnologia balistica e chimica a Iran e Iraq impegnati in un lungo conflitto combattuto anche con attacchi di missili Scud e armi chimiche. Secondo il Pentagono tra il 1981 e il 1989 la vendita di missili in Medio Oriente (anche in Libia, Siria ed Egitto) portò nelle casse di Pyongyang 4 miliardi di dollari in valuta e forniture petrolifere consentendo anche di investire sullo sviluppo nucleare e di missili nuovi o migliorati nel raggio d’azione e nella precisione. Negli ultimi anni Pyongyang ha allargato la clientela a Yemen e Pakistan mentre i rapporti con Siria e Iran si sono consolidati al punto che i missili balistici di Shahab a medio raggio derivano direttamente dai Nodong e Taepodong coreani così come gli Scud siriani con gittata di 700-900 chilometri sono la copia degli Hwaesong di Pyongyang.

Per questo i lanci multipli effettuati negli ultimi test rappresentano non solo una dimostrazione di forza ma anche una vetrina destinata ad aumentare l’interesse dei clienti anche perché le prestazioni dei vettori nordcoreani sono di tutto rispetto. Il 5 luglio, dopo il lancio di simultaneo di 5 missili Hwaesong e 2 Nodong nel Mar del Giappone, fonti di Seul hanno espresso preoccupazione per la precisione raggiunta dai sistemi di guida nordcoreani.
Del resto per comprendere il significato commerciale del test atomico del 25 maggio e dei successivi lanci missilistici basti considerare che si tratta di “investimenti” costati secondo Seul non meno di 700 milioni di dollari senza contare il lancio di un altro missile Taepodong 2 a lungo raggio, più volte annunciato come imminente, che ha messo in allarme tutte le basi americane nel Pacifico. A ostacolare l’export nordcoreano di armi e tecnologie strategiche contribuirà la Risoluzione 1874 approvata dall’ONU il 12 giugno che consente alla flotta statunitense e di altri Paesi di ispezionare il carico dei mercantili nordcoreani.
Oltre al settore delle armi di distruzione di massa, i tecnici militari di Kim Jong Il
sembrano aver raggiunto ottimi risultati anche nel campo della guerra informatica come dimostrerebbe il cyber attacco subito a inizio luglio da 11 siti governativi americani e 15 sudcoreani. I servizi d’intelligence di Seul puntano il dito contro i cugini del nord confermando che “gli attacchi sono stati condotti con una tecnica ben nota agli hacker che consiste nell’ordinare a migliaia di computer (20.000 in questo caso) di inondare di richieste i siti prescelti per bloccarli o comprometterne il funzionamento.

10 luglio 2009
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