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Dal contingente italiano in Afghanistan

2 settembre 2009

«Afghanistan, la popolazione è con noi»

Parla il capo di Stato Maggiore Fabrizio Castagnetti: «Siamo qui per aiutare i cittadini a ricostruire il Paese»

Dall’inviato  Lorenzo Cremonesi – FONTE: Corriere.it

Fabrizio Castagnetti (Emblema)
Fabrizio Castagnetti (Emblema)

KABUL – È in un momento estremamente delicato per il corpo di spedizione internazionale in Afghanistan che il generale Fabrizio Castagnetti viene a rassicurare sulle «indubbie qualità» della strategia adottata dal contingente italiano. Il capo di Stato Maggiore dell’esercito ha voluto salutare le truppe in teatro a pochi giorni dalla fine del suo mandato iniziato due anni fa. E con il suo atteggiamento da buon padre di famiglia («La popolazione apprezza il vostro lavoro. Mi dicono che in molti casi sono gli stessi contadini a indicare la presenza di esplosivo sulle vostre strade. Segno che preferiscono voi ai talebani», dice ai paracadutisti della Folgore schierati in parata a Camp Invicta, il quartier generale italiano alle porte di Kabul), con i suoi ringraziamenti di cuore e gli auguri per il futuro, certo lascia il segno. Pure le cose vanno male per il contingente Nato-Isaf. Il numero delle vittime (specie inglesi e americane) è in crescita continua. Luglio e agosto sono stati i mesi più sanguinosi dalla fine della guerra nel 2001. I talebani si fanno sempre più aggressivi, le regioni sotto il loro controllo si stanno allargando. E ora si aggiungono anche le incertezze politiche legate al voto del 20 agosto. Castagnetti ci ha rilasciato questa intervista martedì mattina.

Generale, sempre più da parte del Pentagono e degli ufficiali americani in Afghanistan si sente la richiesta di un Isaf più aggressivo e con regole di ingaggio più omogenee tra i vari contingenti. Pochi giorni fa alcuni ufficiali dei Marines nella regione di Helmand mi dicevano che gli «europei dovrebbero uccidere i talebani e non stringere accordi con loro». Cosa risponde?
«È impossibile avere un Isaf più omogeneo. Noi siamo parte di un meccanismo complesso composto da 32 contingenti di Paesi diversi. E ognuno ha proprie tradizioni militari, propri caveat particolari, proprie limitazioni politiche. Mi sembra ovvio e giusto che sia così. Ogni Paese resta sovrano sulle sue truppe nel teatro delle operazioni. Inoltre non sono d’accordo sulla questione della maggiore aggressività. Per essere più aggressivi occorre avere un obbiettivo preciso, definito. Spesso manca invece un nemico visibile, tangibile, riconoscibile. E noi non siamo qui per distruggere un avversario. Piuttosto siamo qui per aiutare gli afghani a ricostruire il loro Paese. Per questo occorre una forte presenza Isaf che aiuti a costruire infrastrutture, strade, scuole, ospedali. I tempi sono lunghi».

Come vede i nuovi progetti di rilancio della presenza Isaf da parte del generale in capo Usa a Kabul, Stanley McChrystal?
«Mi sembra che vada contro l’idea della maggior aggressività. Anzi, dice che qui non c’è una vera guerra e neppure un nemico dichiarato. Dice che va aiutata la crescita della società civile, proprio come fanno gli italiani ormai da molto tempo».

Però teorizza anche la necessità dell’uso di strumenti di battaglia come gli aerei senza pilota armati (drone) per eliminare i talebani fuori dai centri urbani. E allo stesso tempo spinge per una presenza molto più capillare delle truppe di Isaf sul territorio assieme alle nuove forze di sicurezza locali, un po’ come volle il generale David Petraeus in Iraq nel 2007.
«E io sono molto d’accordo con lui. Isaf deve aiutare gli afghani a controllare il loro territorio. Uno dei maggiori problemi del Paese è quello della mancanza dell’autorità centrale. Per esempio, a Bala Mourghab, l’avamposto italiano nel Badghis, la popolazione non vedeva un poliziotto afghano regolare da forse un trentennio. Ebbene i nostri soldati assieme alle nuove forze di sicurezza locali ora stanno contribuendo a portare ordine e sovranità. Ma, attenzione, non nostra, bensì del governo di Kabul. Lo stesso facciamo a Farah, Herat, nella vallata di Musahi. L’importante è che sia chiaro ai locali che noi siamo solo di sostegno, questo non è il nostro Paese, siamo ospiti».

E i drone?
«Sono strumenti eccezionali, che però necessitano di volontà politica per essere azionati. Sono stupendi perché permettono di ottenere un’intelligence accuratissima e un super controllo del territorio 24 ore al giorno. Se poi sono armati possono eliminare l’avversario senza causare vittime collaterali tra i civili. Occorre che l’autorità politica conceda il nulla osta a che vengano armati di missili. In questo caso il nemico può essere ucciso al di fuori delle aree urbane. Io personalmente sono d’accordo con questa procedura. Ma deve essere il Parlamento a Roma a decidere. Al momento possediamo tre Drone Predator, tutti nella zona occidentale che fa capo al comando di Herat e presto saranno cinque».

Non pensa che i comandi di Isaf e in generale gli esponenti della coalizione siano stati troppo frettolosi nel dichiarare vittoria il giorno delle elezioni?
«Le elezioni sono andate relativamente bene. I talebani avevano promesso di mettere il Paese in ginocchio. E invece c’è stata molta più calma del previsto. Questa è una vittoria. È vero d’altronde che poi è emersa la questione brogli e anche l’afflusso alle urne sembra sia stato più basso del previsto. Comunque molti hanno votato, nonostante le minacce hanno votato. Gli italiani a Bala Mourghab avevano raggiunto un accordo con la guerriglia per la calma di una settimana. I nostri soldati dovevano restare nelle basi e la gente avrebbe potuto essere libera di andare alle urne. Poi però la mattina delle elezioni i talebani hanno bloccato le strade e minacciato chi andasse ai seggi. Posso capire un padre di famiglia che torna a casa, come fa altrimenti a garantire moglie e figli? È la riprova che ci vuole tempo. Dobbiamo avere pazienza e mantenere la presenza sul territorio assieme ai nostri partner afghani».

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