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Afghanistan: nel cuore del nuovo grande gioco

7 settembre 2009

Da: FOCUS AFGHANISTAN – Equilibri.net

Si rafforza la presenza militare statunitense in Asia Centrale per la gestione del conflitto afghano. La stabilità dell’Afghanistan riflette la sua importanza all’interno di uno schema molto più ampio, che si riferisce al gioco dell’influenza che Stati Uniti, Cina e Russia continuano a svolgere per aggiudicarsi il controllo di un’area estremamente importante a livello geostrategico, come quella centro-asiatica.

Claudia Di Marco

Equilibri.net (07 settembre 2009)

Il 26 agosto i presidenti tagico e afghano, Emomali Rakhmov e Hamid Karzai, hanno inaugurato l’apertura di un ponte che collega i due paesi centro-asiatici. La struttura, lunga 700 metri, si erge sul fiume Pyanj tra il porto tagico di Nizhny Pyanj e quello afghano di Sher Khan Bandar, molto vicino al confine uzbeco. Le autorità dei due Paesi hanno concordato l’apertura di zone di libero scambio sui due margini al fine di promuovere le attività commerciali, stanno inoltre ponderando l’idea di facilitare il procedimento doganale e quello dei visti per lo stesso motivo. È ovviamente di vitale importanza sottolineare che il paese che ha maggiormente contribuito al progetto sono stati gli Stati Uniti, fornendo 37 milioni di dollari, ovvero la gran parte del capitale necessario all’impresa, e l’indispensabile know-how. Altri attori che hanno investito nell’impresa sono stati Norvegia, Giappone e Unione Europea. Per quanto i governi tagico e afghano si affannino a sottolineare che la struttura ha finalità principalmente commerciali, è evidente come la stessa assuma una rilevanza decisiva dal momento che, all’inizio di quest’anno, Dushanbe ha concesso agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie strade e ferrovie per il trasporto di materiali non letali verso l’Afghanistan.Una decisione simile è stata presa poco dopo anche dal governo turkmeno, che ha reso disponibile il proprio spazio aereo e dal governo uzbeco, il quale non solo ha aperto i propri collegamenti stradali e ferroviari, ma ha anche messo a disposizione delle forze USA e NATO la nuova base aerea di Navoi, recentemente ristrutturata grazie ai finanziamenti della Corea del Sud. La concessione di Dushanbe arriva in seguito alla decisione del governo kirghiso di chiudere la base di Manas alle forze straniere, molto probabilmente dovuta a un forte finanziamento economico di Mosca. Questa era l’unica base aerea centro-asiatica rimasta a disposizione delle forze americane dopo la chiusura di quelle uzbeca K2 (Karshi-Khanabad) a seguito della rottura dei rapporti militari tra Washington e Tashkent. Tale evento si era verificato a causa del massacro di Andijan del 2005, in cui il governo uzbeco fu duramente criticato per i suoi metodi repressivi contro la popolazione civile. Le concessioni dei governi centro-asiatici sono una manna per Washington che si trova a gestire una confusa situazione post-elettorale in Afghanistan e che deve continuamente fare i conti con l’influenza russa e cinese nella regione.

L’Afghanistan, già affetto da mille problemi interni, si trova all’interno di una scacchiera internazionale sulla quale le potenze americana, cinese e russa si giocano l’influenza in Asia Centrale e, in senso più allargato in Asia e Medio Oriente. Nel lontano 1919 Sir Halford Mackinder formulava la teoria dello Heartland, secondo la quale chi avrebbe controllato il cuore del mondo, ovvero la zona dal mar Baltico all’Hindukush avrebbe controllato l’Eurasia, quindi il globo intero. Nonostante la teoria di Mackinder debba essere letta nel suo contesto storico, vedremo come questa sia facilmente collegabile alla situazione attuale. Molti esperti utilizzano la definizione “Grande Gioco” per indicare lo scontro silenzioso che si verificò tra Regno Unito e Russia a cavallo tra il XIX e il XX secolo per l’influenza in Asia Centrale. Ora, il fabbisogno energetico, il terrorismo islamico e l’emergere della Cina come nuova potenza mondiale hanno fatto sì che l’Asia Centrale tornasse a giocare un certo ruolo di pivot per le grandi potenze e che la nuova scacchiera fosse chiamata “Nuovo Grande Gioco”. Nonostante le grandi potenze abbiano in qualche modo stabilito un regime di cooperazione per la lotta contro il terrorismo, rimane il fatto che Cina e Russia non vedano di buon occhio la presenza a alle porte dei loro confini, presenza che si rafforza grazie agli accordi che gli statunitensi stipulano con i governi centro-asiatici per la gestione del conflitto afghano. Date le ripercussioni politiche che questa guerra sta causando all’interno dei paesi centro-asiatici, è fondamentale per questi cercare di contrastare il dilagare della militanza islamica, in grado di compromettere gravemente la stabilità dei governi centrali. Il Tagikistan deve fare attenzione alla grande minoranza tagica che compone circa il 38% della popolazione afghana e che ha assunto grande rilevanza politica nella battaglia dei mujaheddin contro l’URSS prima e all’interno dell’Alleanza del Nord, contro i taliban, poi. Anche la minoranza uzbeca in Afghanistan è venuta ad assumere rilevanza politica durante la guerra ai taliban grazie al suo spietato comandante Dostum, il quale sembra ora essere ritornato al fianco di Karzai. Questi governi però devono ben guardarsi dall’influenza che la militanza gioca sulle proprie popolazioni. Il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (MIU) è stato già da tempo dichiarato organizzazione terroristica e cerca di contrastare il governo autoritario di Karimov a Tashkent e raccoglie ormai adepti in tutta l’Asia Centrale. Contribuire alla gestione del conflitto afghano significa per i governi centro-asiatici cercare di tutelare la propria stabilità interna. Inoltre, è possibile che la cooperazione con gli Stati Uniti si trasformi ora in un grosso aiuto economico, dal momento che molti di questi governi si trovano ad affrontare situazioni economiche pessime a causa della crisi mondiale.Se la Russia continua a cercare di mantenere l’ormai datato controllo sui governi centro-asiatici per non perdere la propria piattaforma di influenza di Asia Centrale, la Cina cerca sempre più di penetrare economicamente nell’area per far fronte al suo immenso fabbisogno energetico. Nel febbraio 2008 Cina e Turkmenistan hanno stabilito che CNPC (China National Petroleum Corporation) e Turkmengaz dessero il via alla costruzione di un condotto che trasporti gas dal Turkmenistan fino Shanghai.Cina e Kazakhstan hanno da poco completato la costruzione di un oleodotto della lunghezza di 3.000 chilometri che collega lo Xinjiang, la regione più nordoccidentale della Repubblica Popolare Cinese, alle sponde kazache del mar Caspio, grazie al quale la Cina riceve ora 10 milioni di tonnellate di petrolio l’anno, quantità che sarà raddoppiata nel 2011. Anche il fattore geopolitico, insieme a quello economico, gioca un ruolo fondamentale all’interno delle scelte politiche di Pechino: i buoni rapporti militari che legano gli Stati Uniti ai governi centro-asiatici, le rinnovate alleanze militari con Indonesia e Vietnam, le grandi alleanze con India e Giappone e i rapporti critici con Iraq, Iran e Corea del Nord fanno tutti sì che la potenza asiatica si senta in un certo qual modo accerchiata dalla presenza statunitense.

All’interno della scacchiera geopolitica attuale, la priorità statunitense per quanto riguarda il conflitto afghano è sicuramente il mantenimento della stabilità regionale. Molti rappresentanti della militanza islamica si sono già inseriti in Asia Centrale, soprattutto in Uzbekistan e Tagikistan attraverso il MIU e l’Hizb at-Tahrir (partito della liberazione). Un crollo definitivo del governo afghano e una ripresa del potere da parte dei gruppi taliban comprometterebbero la fragile stabilità politica dei Paesi centro-asiatici, già piegati dalla crisi economica mondiale. Il Tagikistan, per esempio, condivide con l’Afghanistan un confine lungo 1.200 km. La stabilità regionale rientra quindi tra gli obiettivi che accomunano gli Stati Uniti ai governi centro-asiatici e, in parte, anche alla Cina. La Repubblica Popolare Cinese si preoccupa sì della propria influenza politica in Asia Centrale, ma anche della stabilità delle sue regioni nordoccidentali a maggioranza musulmana. Bisogna anche contemplare la possibilità che un conflitto più esteso nell’area centro-asiatico possa portare le grandi potenze a uno scontro più diretto per affermare la propria supremazia nell’area. Gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere l’Asia Centrale per il ruolo di ponte che questa gioca verso il Medio Oriente, la Cina, in egual modo, non può concedersi di perdere terreno nei confronti di Washington che potrebbe precluderle l’accesso alle vastissime fonti energetiche centro-asiatiche; infine, i governi centro-asiatici non possono affrontare l’eventuale instabilità politica causata dalla militanza islamica e tanto meno possono permettersi di sopravvivere senza gli aiuti o gli investimenti economici delle grandi potenze.Per quanto riguarda il governo afghano, per ora non può che coltivare politiche di buon vicinato con i Paesi dai quali gli Stati Uniti trasportano il materiale per le proprie missioni.Sarà importante per Washington adottare politiche accomodanti verso questi paesi, sia per un motivo prettamente strategico-militare, sia per contenere l’espansione cinese, senza però dar modo alla Repubblica Popolare di sentirsi minacciata da un ulteriore accerchiamento. Bisogna ricordare inoltre che molti dei governi centro-asiatici sono tristemente famosi per le proprie politiche autoritarie, misure verso le quali Washington dovrebbe essere contraria ma che vengono momentaneamente accantonate per l’imminente interesse strategico.Giocare un ruolo sempre più rilevante per quanto riguarda i collegamenti militari verso l’Afghanistan potrebbe anche aiutare i paesi centro-asiatici a riacquistare rilevanza politica e non solo strategica all’interno della regione. Se questi governi riuscissero a usare saggiamente le proprie carte potrebbero trarre numerosi vantaggi politici ed economici dalle grandi potenze e potrebbero forse abbandonare sporadicamente il loro ruolo di mere pedine nel gioco delle grandi potenze.

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