Skip to content

La nuova strategia afghana: colpire e trattare

26 febbraio 2010

di Emanuele Giordana – da Lettera 22 – Venerdì 26 febbraio

Analisi dell’offensiva militare e degli spiragli negoziali in Afghanistan. Tra speranze, nebulose e tragici errori.

L’offensiva militare Nato nella provincia afgana dell’Helmand (“Moshtarak” o “Insieme” in lingua dari), iniziata all’alba del 13 febbraio, fa probabilmente parte di una stessa partita che, con la cattura nel porto pachistano di Karachi di mullah Baradar l’8 febbraio, potremmo, con qualche approssimazione, potremmo “dai una spallata e tratta” o “colpisci duro e negozia”.
La cronologia degli avvenimenti non sembra infatti casuale anche se, tanto è chiara la strategia messa in campo dai comandi Nato nel Sud del paese, tanto appare confusa l’operazione che vede adesso ai ferri l’uomo considerato il braccio destro di mullah Omar, il numero 2, in buona sostanza, della cupola talebana. Benché valga la pena di vagliare le diverse ipotesi che circondano quest’ultima vicenda e che, secondo alcuni, preludono all’avvio (o riavvio) di un possibile negoziato coi talebani, sarà bene riassumere in breve obiettivi e strategia di “Moshtarak”.

Operation “Moshtarak”: prendere e tenere

Dopo un lungo stallo nelle operazioni militari di rilevante portata (costellato di piccole e medie azioni da parte Nato e da parte talebana), assicuratosi l’arrivo di truppe fresche dopo il via libera di Obama, il generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle truppe americane e della Nato/Isaf in Afghanistan, mette in piedi un’operazione congiunta forte di 15mila soldati, appoggiati dall’aviazione (che prima dell’offensiva di terra ha “ripulito” l’area del distretto di Marjah) e da mezzi pesanti col compito di conquistare un territorio considerato un caposaldo talebano e della produzione di oppio, tra le principali fonti di sostegno finanziario della guerriglia. Moshtarak è il tentativo di dare una svolta non solo militare alla campagna afgana: un “test” per misurare se è possibile una nuova strategia che si deve basare su una miscela di nuove tattiche militari e civili; non più dunque una mera somma di azioni. L’offensiva conta, per la prima volta, su una maggioranza di soldati (e poliziotti) afgani e di 7-8mila militari anglo-americani col supporto di canadesi, danesi ed estoni. La conquista di Marjah si articola su quattro passi che non sono esattamente un novità ma che questa volta sono delineati con precisione: shape (preparazione con bombardamenti preventivi), clear (ripulire con l’operazione di terra), hold (tenere la posizione), build (ricostruzione o meglio il consolidamento della posizione in chiave di sviluppo). Non più dunque solo conquistare, ma controllare il territorio per trasferirvi il potere dello stato centrale e non solo in termini di sicurezza: potere amministrativo e giudiziario, investimenti per lo sviluppo, costruzione di scuole e centri di salute. Infine McChrystal chiarisce un punto qualificante, o che almeno tale vorrebbe essere: “Il nostro modello non è Falluja”. Un’attenzione chiara al problema delle vittime civili (anche se poi chiaramente compromesso dalla vicenda di Uruzgan

L’affaire Baradar

L’arresto di mullah Baradar è un piccolo fulmine a ciel sereno. La versione ufficiale, e il corollario che ne deriva, è che finalmente Islamabad ha cambiato strategia: è disposta a collaborare seriamente con Washington e l’operazione congiunta di due servizi segreti (Isi pachistano, Cia americana) è solo il primo risultato. Ma accanto alla versione ufficiale, convincente solo sotto un certo profilo, i commentatori si sono sbizzarriti. Le tesi più in voga sono sostanzialmente due: la prima è che l’arresto sia un’operazione per “salvare la faccia”a mullah Baradar, un uomo dato in quota alle “colombe” nella cupola talebana che governa il conflitto da Quetta (città del Belucistan pachistano). Baradar sarebbe in sostanza già arruolato tra i talebani “buoni”, gli aperturisti disponibili a trattare. La tempistica lo confermerebbe: arrestato lunedi 8 febbraio, la notizia – resa pubblica il 16 – viene tenuta nascosta nonostante il New York Times ne sia al corrente dal giovedi 11. Si chiede il silenzio stampa non tanto, come dichiarano le fonti ufficiali, per non guastare un’operazione più sofisticata che dovrebbe portare alla cattura di Omar, quanto per attendere che Moshtarak abbia inizio, Ma c’è anche un’altra tesi: il Pakistan ha sì cambiato strategia, ma nel suo più stretto interesse. Baradar è una vecchia conoscenza dell’Isi dagli anni Novanta, anni in cui fonda, con Omar, il movimento dei talebani. Islamabad pensa ora di utilizzarlo come una pedina forte per sedere, attraverso di lui, a un futuro tavolo negoziale. Possibile? Possibile, ma fino a un certo punto poiché gli anni recenti hanno dimostrato che l’influenza pachistana sui talebani è forte ma più limitata di quanto non si creda.
Nondimeno Baradar è una carta importante se fosse vero quanto si dice di lui. Abdul Ghani Baradar Akhund nel 2004 avrebbe autorizzato la prima delegazione di negoziatori che viaggia verso Kabul per trattare con Karzai. Baradar avrebbe anche rappresentato Omar in tutti i negoziati a seguire, sia con il governo sia con gli americani che, più o meno direttamente, sono stati avviati con la mediazione saudita da due anni a questa parte. Secondo alcuni osservatori poi, il movimento consocerebbe una spaccatura interna che, probabilmente, non è semplicemente tra falchi e colombe o tra generali della Shura di Quetta e “colonnelli” di terreno, alcuni dei quali lo stesso Baradar avrebbe rimpiazzato o eliminato creando fratture e malumori. Un’altra frattura possibile riguarda infine la famiglia Haqqani e lo stesso Hezb-e-islami di Hekmatyar, frange del movimento guerrigliero con cui vi sono molto probabilmente scontri di carattere ideologico e teoretico e non solo tattico-militare. Il che vale probabilmente anche nei rapporti con i “cugini” del Tehrik-e-Taleban, i talebani pachistani. Insomma è il momento buono per colpire (Moshtarak) e trattare (Baradar).

Luci e ombre, desideri, opzioni e fatti

A quasi venti giorni dall’inizio dell’Operazione Moshtarak un bilancio non è certamente possibile né è chiaro quanto ancora durerà la fase “clear” né come si articolerà la fase “hold” (anche se un discreto numero di poliziotti afgani ha già preso posizione) né tanto meno su quale disegno si svilupperà la fase della ricostruzione, la più delicata e complessa. Non di meno alcuni aspetti risultano abbastanza chiari e vale la pena puntualizzarli.
Gli obiettivi dell’Operazione sono diversi e non tutti indirizzati al pubblico afgano. Anzi, il lungo battage prima dell’offensiva ha sufficientemente chiarito come essa abbia una valenza fortemente significativa, è quanto almeno pensano a Bruxelles e a Washington, nei confronti dell’opinione pubblica americana ed europea: “stiamo facendo qualcosa”. Quanto sia importante l’aspetto mediatico- propagandistico lo si evince dalla recente crisi di governo che ha appena attraversato l’Olanda poiché opinioni pubbliche stanche, o ben che vada distratte, quando non apertamente contrarie alla missione, sono un tassello fondamentale del conflitto. L’obiettivo militare è altrettanto chiaro e, per quanto se ne sa, al momento vittorioso. La sua trasposizione in altre aree, conto tenuto della disponibilità di uomini e mezzi, potrebbe essere il modello di future nuove offensive o comunque il grimaldello da utilizzare come minaccia pendente nell’avvio di negoziati politici (vedi alla voce Baradar). “Insieme”, infine, è anche la chiave del tentativo di far camminare la famosa “transizione”, ossia l’ormai assodata necessità di passare la mano agli afgani. Due le ombre sull’operazione: la prima riguarda le vittime civili il cui numero è comunque alto nonostante le cautele. Inoltre un raid aereo della Nato in Uruzgan ha ucciso decine di persone domenica 21 febbraio. Se è comunque esecrabile l’errore (il bombardamento di un convoglio “sospetto”) non sarebbe stato opportuno sospendere qualsiasi operazione dall’aria mentre era in corso Moshtarak? Un tale evento è imputabile a un deficit di coordinamento per non dire, antica malattia, che la mano destra non sa cosa fa la sinistra? Un altro di questi “errori” (si ricordino le stragi di Kunduz o Balabuluk che misero fortemente in imbarazzo McChrystal), e la stessa operazione Moshtarak rischia di veder vanificare parte dei suoi obiettivi.
Di Baradar abbiamo detto. Solo i prossimi passi indicheranno non solo qual’è la strada (negoziale) ma se una strada esiste e si consoliderà. Quale parte ne avrà il mullah resta da vedersi. In entrambi i casi (Moshtarak, Baradar) si tratta di strade in salita.

Fonte: Lettera 22

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: