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Reportage da Osh, Kirghizstan

2 luglio 2010

Da Lettera 22 – Lucia Squeglia

La giornata a Osh comincia con un fetore intenso di cadaveri in decomposizione. Khizin Kishtak, quartiere uzbeko in periferia: una sessantina di poliziotti e militi, tutti kirghizi, lavorano di pala per riesumare cinque corpi in un campo, là dove sotto i tumuli ancora freschi riposano 37 vittime degli scontri interetnici che l’11 giugno hanno precipitato nell’orrore il Sud del Kirghizistan: 264 morti, ma la cifra reale raggiungerebbe i mille. Fuori, tenute a distanza, gridano madri, sorelle e mogli: «Per l’Islam è peccato, non lo fate».

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