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A Kabul aspettando 40 Ministri

18 luglio 2010

Kabul – L’ospite, anche il più amato, è come il pesce: puzza dopo tre giorni. Quanto puzza dopo nove anni un esercito sempre meno “ospite” desiderato?

All’aeroporto un giocatore della nazionale di cricket, che sta rientrando dall’estero e che non ha certo l’aria del filo talebano in quel vestito di fresco lana dal taglio ineccepibilmente europeo, si lascia andare a un commento che sa di dietrologia: “Gli americani non vogliono mollare l’Afghanistan. Non se ne andranno. Bombardano le nostre case e la guerra gli va bene com’è. Se se ne andassero sapremmo come metterci d’accordo”. Perché restano gli americani? Non sa dirlo, ma nelle sue parole, chiamiamolo Nizar, si percepisce un’insofferenza per l’occupazione che sta montando tra gli afgani e fa il gioco dei talebani, non certo degli ospiti.

Reportage: Emanuele Giordana da Kabul

Un’analista afgano ha scritto che se gli americani, anziché tentennare sulle date dell’exit strategy, dicessero chiaramente quando e in quanto tempo se ne andranno, tutto sarebbe più facile. I talebani, ha scritto su un quotidiano del Golfo, si sentirebbero rassicurati sul fatto che la loro prima pre condizione – l’abbandono del paese da parte degli occupanti – sarebbe stata assolta e si siederebbero a trattare. Ma qui sta il punto: gli Usa ritengono che non si possa trattare coi talebani se non da una “posizione di forza” e Obama sembra prigioniero dei generali più rapaci e dei repubblicani che gli hanno rimproverato di aver dato il 2011 come data di inizio del ritiro. Così, è stato il coro, dai le coordinate al nemico che aspetterà quel giorno per marciare su Kabul…

La capitale, più polverosa del solito, è in realtà una chimera militare per i talebani. E non solo perché, da giovedi, è pattugliata dai blindati americani nuovi di zecca in cui campeggiano, in onore alla “transizione” che alla Conferenza di martedi sulla ricostruzione dovrebbe essere ufficialmente benedetta, le divise dell’esercito afgano. Non è un posto che si prende facilmente Kabul, chiedetelo ai soldati di sua Maestà. Anche perché quando prendi questa città circondata dalle montagne, che ha alcuni accessi obbligati, poi la devi tenere e non è uno scherzo. Quando Najibullah, l’ultimo presidente rosso, fu abbandonato dai sovietici, i mujaheddin faticarono diversi anni per metter le mani su Kabul. Alla fine vinsero. Ma la storia poco raccontata, perché allora la propaganda valeva più della realtà, è che Najibullah resisteva senza difficoltà nelle città controllate dal suo esercito. Fino a quando Mosca non tagliò i fondi, le armi e gli stipendi. I soldati senza salario si dileguarono e i mujaheddin “presero” Kabul. Qui tutto ha un prezzo e, dopo trent’anni di guerra, a volte è elevatissimo, a volte stracciato.

Si parla di soldi in questi giorni a Kabul. La cifra? Circa 15 miliardi di dollari in tre anni per la ricostruzione, che in pochi vogliono tirar fuori e che gli afgani vorrebbero vedersi accreditare il giorno 20 quando per la Conferenza su sviluppo e buon governo si riuniranno a Kabul tutti i notabili dei dicasteri esteri alleati. Ma di un’altra cifra si parla: 772 milioni (di cui 50 su tre anni come fondo personale del presidente) che dovrebbero servire a “comperare” i fratelli talebani della truppa che si vogliono reintegrare. Ma sulla cifra e le modalità di spenderla c’è una notevole divergenza. Se la truppa conta, secondo Kabul, 36mila uomini, la divisione dà 20mila dollari a talebano. Che non son noccioline in un paese dove 80 dollari sono uno stipendio mensile. C’è chi, nelle ambasciate europee, storce il naso. E la stessa Banca Mondiale ha fatto sapere che sarebbe più sensato, anziché un assegno ad hoc, far filtrare i soldi nelle comunità e responsabilizzarle nel processo di integrazione. “Così com’è – sostiene un diplomatico- la discrezionalità è troppa: il rischio di corruzione elevatissimo, così come la possibilità che i quattrini servano per trattare agli alti livelli”. Insomma, Karzai vuole un portafoglio sufficientemente ampio e una totale autonomia che gli consenta di giocare come meglio crede, probabilmente non nella maniera più trasparente che esista, ma sufficiente a rispettare la sua agenda negoziale.

Ma anche qui c’è un punto nero: gli americani sono favorevoli e reintegrare la truppa ma di dialogo con la cupola talebana non vogliono sentir parlare. La gente di qui però, tra i due – il governante opaco ma indigeno e l’occupante straniero – sta con Karzai. Quale che sia la strada scelta dal presidente, il popolino, pur di avere la pace, sarà pronto a dargli credito. E’ maneggione, ostaggio dei signori della guerra, circondato dagli affaristi ma se fa pace va bene. Se una volta il nome talebani non si poteva nemmeno pronunciare, adesso persino a Kabul, la città “laica” per eccellenza, tutti sono concordi che, con loro, non solo si può ma si deve negoziare.

A Kabul il 20 luglio si parlerà anche dei pilastri (le quattro “cluster”) sui quali dovrà muoversi la nuova politica di sviluppo, riedizione rafforzata del piano nazionale (Ands) che già esiste. Ma il punto vero sono quei 700 milioni. Qualcuno rileva che il problema delle vittime non è stato sollevato. Possibile che si possano reintegrare degli assassini, seppur costretti a esserlo, senza ripagare le famiglie che hanno perso tutto o qualche parente per colpa loro? Per ora è un punto che nessuno vuole toccare ma con cui bisognerà fare i conti, almeno formalmente. E forse dalla torta, se non questa un’altra, ci vorrebbe una forma di compensazione per le vittime civili. Che quest’anno, come l’anno scorso, sono sempre più di quelle dei 12 mesi precedenti.

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