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Richard Holbrooke

15 dicembre 2010

Da Lettera 22, di Emanuele Giordana e Paola Caridi

Il grande pubblico forse non se lo ricorda più. Ha attraversato la storia d’Europa alla fine del Secondo Millennio, quando – attoniti – tentavamo di fare i conti con una guerra civile nel cuore del Vecchio Continente. Eppure Richard Holbrooke avrebbe meritato posti e attenzione ben più importanti di quelli che le amministrazioni americane gli avevano riservato, dopo il suo ruolo determinante nella mediazione sulla Bosnia Erzegovina. Oggi, dunque, il mio blog va una deviazione geopolitica, perché la memoria è importante, anche quella personale. E io, ai Balcani, continuo a essere affezionata, anche se sembrano ormai sepolti in un angoletto della storia.E’ morto ieri, all’età di 69 anni, a Washington, dopo essere stato operato per una occlusione dell’aorta. Uno dei diplomatici americani più importanti, Holbrooke era stato designato negli ultimi anni rappresentante speciale dell’amministrazione Obama per Pakistan e Afghanistan, ruolo delicato e  difficile ma per molti della  nostra generazione (sulla cinquantina, poco più poco meno), Richard Holbrooke rimane colui che guidò con pugno fermo la veloce mediazione che condusse alla pace di Dayton del 1995, quella che pose fine al massacro in Bosnia, all’assedio di Sarajevo, alla più grande sconfitta della coscienza europea. Certo, fu una pace di compromesso. Certo, non ci salvò dalla coda tragica del Kosovo. Certo, si poteva fare di meglio, e soprattutto si poteva fare prima. Ma in quel periodo – ce lo ricordiamo tutti molto bene – Richard Holbrooke emerse come un diplomatico di polso, un’apparizione che sorprese tutti, in anni nei quali l’incapacità di fare diplomazia aveva segnato una delle pagine più nere della storia contemporanea europea. Holbrooke, che veniva dall’esperienza del Vietnam, costrinse Slobodan Milosevic a firmare un accordo. Cosa non facile, in quel periodo, in quell’Europa, in quei Balcani. Gliene saremo tutti grati.

Il  diplomatico di rango, già direttore di Foreign Policy,  ambasciatore in Germania e all’Onu e, soprattuto, inviato speciale in Bosnia, conosce la sua ultima stagione di attività, dal gennaio del 2009, sul fronte più caldo della guerra americana: l’Afghanistan. Sarà l’ultima battaglia, questa volta persa, del grande negoziatore americano che si è spento nella notte del 13 dicembre all’ospedale della George Washington University.

La sua stagione di negoziatore politico ricomincia dunque con Barack Obama e Hillary Clinton. La scelta non è casuale: la guerra annaspa nel suo ottavo anno da che  i talebani sono stati cacciati nel 2001 ma, se non si perde, nemmeno si vince. Obama ha bisogno di dimostrare che l’Amministrazione vuole un cambio di marcia e, soprattutto, far propria la parola d’ordine che ormai regna sovrana e cioè che la sola opzione militare deve essere superata. Obama vuole infine puntare anche sul quadro regionale e in particolare sul Pakistan. Chi meglio dell’uomo che ha convinto Milosevic, che ha trattato con Karadzic, che ha avuto a che fare con cinesi, vietnamiti e russi (il suo ruolo durante la Guerra fredda è innegabile), nemici per eccellenza. E chi meglio di un uomo con fama di negoziatore eccellente, convinto del primato della politica?

Appena Holbrooke viene nominato inviato speciale, tutti emulano la scelta americana. I britannici per primi e poi tutti gli altri, compresi gli italiani (che già ne hanno uno – l’attuale ambasciatore in Corea Sergio Mercuri – ma che si affrettano ad appuntare l’ambasciatore Massimo Attilio Iannucci, ora in partenza per Pechino e adesso sostituito da Gabriele Checchia). Il cambiamento sta tutto li, in quella doppia accezione: Afghanistan più Pakistan che sembra, all’epoca, segnare una svolta che però tarda ad arrivare. “Time” ironizza su un  Holbrooke, diventato da opinionista del Post  inviato speciale del presidente, che si trova con parecchie gatte da pelare in un groviglio pachistano-afgano con molti nodi e un pettine stretto. Da metà del 2009  la stella di Holbrooke pare in effetti già oscurata da quella del generale McChrystal, con la sensazione che, tutto sommato, alla fine anche Obama preferisca dar più retta  ai militari che non ai diplomatici. Sensazione che si fa più netta con l’arrivo di David Petraeus, falco in divisa per eccellenza. Il resto è un silenzio anche un po’ imbarazzante, gravato fors’anche dalla sfortunata degenerazione sanitaria.
“Fermate la guerra in Afghanistan”, sarebbero state le sue ultime parole prima di morire.

 

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